La serie TV che ti sei perso…

13 Reasons Why

Non pensiate che sia una serie per ragazzini. Non fate l’errore di credere che tratti temi scontati in modo banale. 13 Reasons Why, o come viene chiamato più semplicemente dal pubblico italiano 13, è esattamente l’opposto. Bullismo, abusi, maltrattamenti, ragazzi soli e isolati in un mondo spietato, questi sono gli argomenti principali di questa nuova e riuscitissima serie. Basta già la prima stagione per dimostrare al pubblico che in questo prodotto televisivo non ci sono vincitori ma anzi, al contrario, sono tutti vittime in qualche modo. Ogni ragazzo porta con sé una sua verità, un suo mondo interiore ed esattamente come accade nel mondo reale ogni singolo personaggio, perfettamente caratterizzato (e approfondito nella seconda stagione) ha dentro di sé la luce e l’oscurità. Il cast è giovane ma sostiene alla perfezione la trama, a partire dal protagonista, interpretato da Dylan Minnette e non sfigura quando si tratta di dover affrontare temi difficili. Il montaggio e la storia sono veloci, non esistono momenti lenti e la trama investe e stravolge chiunque la vive o la segue dal divano di casa.

13

 

Breve riassunto:

Hannah Baker, una bellissima e giovanissima ragazza muore. Suicida. 13 puntate, 13 persone, 13 cassette (si avete letto bene, cassette e non cd o file MP3) inviate alle 13 persone che Hannah considera le cause del suo gesto. 13 persone per 13 ragioni differenti…

Perché guardarla:

  • Sono solo 13 puntate a stagione
  • I temi difficili sono trattati con intelligenza ed eleganza senza mai essere banali o scontati
  • Il cast funziona bene insieme e ogni ragazzo aggiunge qualcosa di unico alla serie, conferendo allo spettatore un quasi totale senso di immedesimazione
  • La seconda stagione regge bene il confronto con la prima e riesce ad andare più a fondo nella storia e nel mondo dei ragazzi della Liberty High School

Perché non guardarla:

  • Qualcuno storce un po’ il naso alla notizia che è appena stata confermata una terza stagione dal momento che le prime due hanno completamente esaurito e approfondito il mondo di Hannah Baker
  • Se ve ne innamorate e decidete di seguirla sappiate che dovrete aspettare prima di poter vedere la terza stagione

Sito ufficiale: http://www.thirteenreasonswhy.com/

Pagina fb: https://www.facebook.com/13ReasonsWhy/

In questo momento puoi trovare questa serie su Netflix: 

https://www.netflixlovers.it/catalogo-netflix-italia/80117470/tredici 

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Motori, piloti e cinema

Enzo Ferrari una volta disse “solo nella corsa c’è la vita, tutto il resto è un’ineluttabile attesa”. E se questo è vero significa che nei film in cui si parla di corse automobilistiche allora la pellicola è sinonimo di adrenalina, intrattenimento ed energia allo stato puro. Non ci deve essere spazio per la monotonia o per una pausa di riflessione, ma deve rappresentare la velocità nella sua massima essenza. Cinematograficamente parlando, per rendere al meglio la velocità e il senso del pericolo misto ad una scarica di adrenalina, bisogna contrapporre le immagini delle corse a momenti di vita in cui tutto sembra andare lento, troppo lento, in modo che lo spettatore si possa sentire vivo solo quando guarda attraverso gli occhi del corridore. Ci sono tantissimi film, nella storia del cinema, che affrontano il tema delle corse automobilistiche. È impossibile citarli tutti, per cui ho deciso di soffermarmi solo sulla cinematografia di questi ultimi quindici anni. Tra questi c’è un bellissimo documentario, incentrato sulla vita del pilota di Formula 1 Ayrton Senna. È un prodotto filmico estremamente valido e interessante ma non lo inserirò all’interno di questo articolo, dedicato al mondo delle corse, perché ho già suggerito questo titolo in un mio precedente articolo (DocumentiAMOci) in cui affrontavo il tema dei documentari.

Ron Howard

“I rettilinei sono soltanto i tratti noiosi che collegano le curve” – Stirling Moss

Trattando di questo tema mi sembra doveroso prendere in considerazione una pellicola d’animazione che ha ricevuto talmente tante recensioni positive da ottenere ben due sequel. Nel 2006 è arrivato al cinema Saetta McQueen, una giovanissima auto da corsa che sogna di correre la Piston Cup. Come ogni film d’animazione in cui vede una collaborazione tra la Pixar e la Disney, Cars si concentra sui buoni sentimenti e non si sofferma più di tanto sulla bellezza della gara automobilistica in sé. Tuttavia non può non essere inserito in questa lista, a parer mio, perché al suo interno porta a far conoscere al giovane pubblico (e a ricordare con piacere a quello grande) importanti nomi, tra i quali, per esempio Paul Newman, che presta la voce a Doc Hudson, o piloti del calibro di Mario Andretti e il grande, grandissimo (e mio personale idolo indiscusso) Michael Schumacher, che interpreta se stesso, trasformato per l’occasione in una sfavillante Ferrari F430, in una esilarante scena. La versione italiana vanta inoltre tra i doppiatori Alex Zanardi nei panni di Guido e nei film successivi non manca nemmeno il doppiaggio dell’attuale campione del mondo di Formula 1, Lewis Hamilton.

“La pista è la mia tela. La mia auto è il mio pennello” – Graham Hill

Un film che merita, sempre a mio modesto parere, di rientrare in questa lista, è il lungometraggio del 2016 diretto da Matteo Rovere. Questa pellicola italiana liberamente ispirata alla vita del campione di rally Carlo Capone, vede uno straordinario e quasi irriconoscibile Stefano Accorsi, vincitore del Nastro d’argento 2016 come miglior attore protagonista. Il film si apre con l’emblematica frase di Mario Andretti in cui afferma che “se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce” e ho detto tutto.

Stefano Accorsi

“I record sono fatti per essere battuti” – Michael Schumacher

Esistono film e film su svariati temi, argomenti e generi e poi per ogni genere o argomento c’è IL FILM. Il film per antonomasia su di un determinato argomento cambia da persona a persona e per quanto riguarda questo particolare argomento, il mio è indubbiamente Rush. Ora devo fare una piccola premessa e avvisare chiunque mi stia leggendo in questo momento e che non mi conosce personalmente, che il mio cuore si divide in due: da una parte c’è la passione sconfinata per il mondo dell’audiovisivo e dall’altra c’è quella pulsante per la Formula 1. Capitemi, questo film tratta di una rivalità storica, affronta uno dei periodi d’oro della Formula 1, ha un cast fantastico ed è diretto magistralmente. Ovvio che per me non ci sia paragone con altri film del genere. Eppure, anche se cerco di essere un pochino più distaccata e lo guardo non con gli occhi di un’appassionata, non riesco a non pensare che sia un film straordinario. Il pluripremiato Ron Howard dirige un lungometraggio in cui c’è tutto: il glamour delle corse, la passione, due vite diametralmente opposte che si confrontano e si scontrano pur mantenendo il più totale rispetto l’uno per l’altro, ma soprattutto c’è l’adrenalina che solo una corsa automobilistica può trasmettere. Rush trasporta lo spettatore all’interno della competizione e lo rende partecipe dell’ansia che precede la gara, lo fa scivolare sull’asfalto insieme alle ruote della macchina e lo fa esultare ogni volta che un pilota festeggia sul podio. Rush a parer mio – anche questa volta sono condizionata dalla mia passione, è un trionfo e un vero omaggio al motor sport.

Nel caso te lo fossi perso…

  • Cars, John Lasseter, 2006
  • Rush, Ron Howard, 2013
  • Veloce come il vento, Matteo Rovere, 2016

Dedico questo articolo al mio mito Michael Schumacher, al mio amato sport e a tutte quelle persone che, come me, si emozionano ogni volta che sentono sfrecciare una macchina di Formula 1.

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:

Rush

La serie TV che ti sei perso…

Hannibal

Inizio questa nuova rubrica dedicata alle serie TV parlando della mia preferita: Hannibal. Personalmente credo che questo sia un prodotto televisivo praticamente perfetto sotto ogni punto di vista. La fotografia, la scenografia, la colonna sonora, la scelta del cast, la regia, le battute, tutto è curato fin nel più piccolo dettaglio. A chi ha visto solamente i film dedicati allo psichiatra criminale più affascinate e inquietante di sempre, ovvero Hannibal Lecter, dico: dimenticatevi tutto. A chi ha letto i libri e, come me, ne è rimasto innamorato e affascinato consiglio: guardatevi la serie tutta d’un fiato. È assolutamente fedele alla sua originale concezione letteraria, perfino le frasi e le battute, che vengono recitate dall’incredibile scelta del cast, sono fedeli e identiche a quelle scelte dallo scrittore Thomas Harris. Lo spettatore percorre insieme a Will Graham, interpretato da un fantastico Hugh Dancy, un viaggio di sola andata verso il lato più nascosto e oscuro della mente umana. Il dottor Lecter, magistralmente reso da un fantastico Mads Mikkelsen, non fa altro che accogliere tra le sua braccia il povero Will, che, insieme allo spettatore, come una preda incantata dagli occhi ipnotici del suo nemico, non può fare a meno di rimanerne affascinato, spaventato e al tempo stesso incuriosito.

Mads Mikkelsen _ Hannibal Lecter

Breve riassunto:

L’FBI si avvale della collaborazione di Will Graham, noto profiler, dotato di un’abilità unica: l’empatia. Grazie a questa sua speciale dote Will riesce a immedesimarsi quasi completamente con le menti e i desideri dei più spietati criminali, questa sua immersione è un arma a doppio taglio e se da una parte può aiutare a risolvere i crimini, dall’altra gli fa vivere una personale condanna. Per evitare che Will si perda nei meandri della propria mente l’FBI, in particolare il suo capo e amico Jack Crawford, decide di affiancargli il noto psichiatra criminale Hannibal Lecter. Quest’ultimo nasconde però un terribile, inquietante e impensabile segreto…

Perché guardarla:

  • È una storia magnetica, unica, resa alla perfezione
  • Consiglio di guardarla in lingua originale, non perché i doppiatori italiani non siano bravi ma perché gli attori sono perfetti nelle loro interpretazioni originali
  • Dura solamente 3 stagioni, per un totale di 39 episodi
  • Se vi affascina come il male seduce ed esercita il suo potere nelle menti umane allora non potete perdervela

Perché non guardarla:

  • Non esistono a parer mio motivi per non guardarlo. Solo lo sconsiglio a chi è debole di stomaco

Sito ufficiale: https://www.nbc.com/hannibal?nbc=1

Pagina fb: https://www.facebook.com/NBCHannibal

Il terrore è di Casa

La casa è sinonimo di protezione, di famiglia e di unità. A volte questo simbolo però può essere completamente stravolto e una casa può diventare il luogo da cui non si ha via d’uscita, una prigione, una condanna. Il posto che per eccellenza che ci offre una protezione e un tetto si trasforma in un vero incubo. Case abbandonate nel bosco, isolate da tutto e tutti sono degli ottimi espedienti narrativi per i film horror in cui ambientare una storia di terrore.

La confortevole casa in alcuni film si trasforma in un elemento di claustrofobia pura. A volte questo senso di oppressione e di terrore può essere conferito dall’impossibilità del protagonista di uscire. La minaccia che impedisce al personaggio principale di scappare può essere interna o esterna. Nei film Hush e Panic Room, rispettivamente del 1998 e del 2002, l’elemento di terrore che si insinua tra le protagoniste e la loro desiderata felicità è interna. Il primo lungometraggio tratta di una giovane donna di nome Helen, interpretata da Gwyneth Paltrow, costretta ad affrontare all’interno della tenuta del marito la minaccia peggiore: una suocera estremamente gelosa e possessiva. Quello che sembra una normale signora, premurosa e amorevole, resa da una fantastica Jessica Lange, diventa, man mano che la pellicola prosegue, una persona cattiva che nasconde molti segreti e che non vuole condividere il suo unico figlio con un’altra donna. Lo spazio che delimita la paura e il senso di oppressione della protagonista è quindi ampio, poiché il neo marito è un uomo estremamente ricco. Ma per quanto grande sia la casa e il territorio che la circonda non è abbastanza per evitare alla giovane Helen di sentirsi braccata, circondata e terrorizzata.

Più lo spazio si restringe più il senso di claustrofobia è evidente. Nel secondo film precedentemente citato, diretto da David Fincher, l’oppressione è palese e il terrore è maggiore. Non è più una finta madre amorevole la minaccia ma una banda di criminali che irrompe nella casa appena acquistata dalla protagonista, interpretata da Jodie Foster. Personalmente trovo più inquietanti i film in cui le minacce sono sottili e meno evidenti, in cui il protagonista non riesce a capire se la mente gli sta giocando un brutto scherzo o se il senso di fastidio che prova sia reale e minaccioso. Appurato quali sono i miei gusti è forse corretto dire che, quale che sia la minaccia, quando due giovani donne sono minacciate da personaggi all’interno della propria casa il terrore e il senso di panico è assicurato.

Guillermo del Toro

Ma se la minaccia non è una persona all’interno ma è la casa stessa a trasmettere quel senso di panico e terrore?  Nel visionario film del 2015, diretto da Guillermo del Toro, Crimson Peak la casa è essa stessa parte integrante della paura che attanaglia la giovane protagonista. La villa è il luogo pulsante attraverso il quale le paure, i segreti e le atrocità vengono a galla pur restando perennemente nascosti agli occhi del mondo. Esattamente come accade nel film Mother! di Darren Aronofsky il luogo in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro nasconde un proprio segreto. Nel lungometraggio del regista americano temo che il risultato finale non sia altrettanto efficace come nel caso del collega messicano. Se del Toro riesce a rendere alla perfezione una storia del terrore che si incrocia con un destino di una famiglia e trasmette costantemente un senso di panico e curiosità, Aronofsky in questo caso non riesce nel suo intento. Se da una parte il film Mother! ha la chiara volontà di far passare un preciso e ben definito messaggio (a mio avviso troppo criptico e per questo il risultato finale non è all’altezza delle aspettative iniziali e risulta essere addirittura grottesco), dall’altra c’è il prodotto del regista messicano. Crimson Peak riesce nel suo intento alla perfezione: panico, terrore e curiosità viaggiano a braccetto e conducono la giovane protagonista Edith, interpretata da Mia Wasikowska, verso un percorso unico e incredibile. Gli affascinati compagni di viaggio di Edith sono tanto enigmatici quanto seducenti – a tal proposito, consiglio di vedere quest’ultimo film in lingua originale per godere della sensuale e perfetta voce del co-protagonista, interpretato dal britannico Tom Hiddleston.

La casa dunque, dovrebbe essere accogliente e sicura, quasi come un grembo materno, eppure in molte pellicole si trasforma in una gabbia, alle volte in una dorata e luccicante, altre volte in una piccola e claustrofobica. Che la minaccia sia esterna, interna o la casa stessa sia fonte di pericolo poco importa, l’elemento essenziale in questi lungometraggi è che lo stravolgimento delle certezze aiuta a creare un senso di panico. Siete quindi pronti a vedere, nel caso ve lo foste perso, uno o più di questi film, comodamente seduti sul vostro divano, da soli, all’interno della vostra comoda e accogliente casa?

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Hush, Jonathan Darby, 1998
  • Panic Room, David Fincher, 2002
  • Crimson Peak, Guillermo del Toro, 2015
  • Mother!, Darren Aronofsky, 2017

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:                                                   Sky Cinema Italia:

Crimson Peak                               Mother!

Cambiamenti in arrivo

Serie tv

Buongiorno a tutti, buongiorno a chi mi legge settimanalmente, a chi mi segue sporadicamente e a chi mi legge per la prima volta.

Il film che ti sei perso… segue le semplici basilari regole che ho esposto nel mio primissimo post (Blog per passione) poco più di tre mesi fa. Giusto perché mi fa piacere farlo e perché noto con piacere che ho un piccolo seguito ho deciso di implementare il mio impegno verso questo blog e verso i mie amici – non dico lettori perché non voglio avere la presunzione di credere di essere un’abile narratrice. Come ho detto la prima volta scrivo spinta dalla Passione e dall’amore Amore perché la verità è che sono una semplice appassionata di cinema, film e serie tv… Giusto, serie tv… ma quando parlo di serie tv? Fino ad ora ho sempre e solo parlato di film, ecco perché ho deciso di raddoppiare l’appuntamento settimanale con questo blog. Tranquilli, non vi bombarderò di notifiche e post, semplicemente scriverò due volte a settimana. Il martedì, come di consueto, parlerò di film, mentre il venerdì affronterò le serie tv. Per queste ultime l’approccio che ho deciso di adottare è un pochino diverso: parlerò di un prodotto per volta e per ognuno di essi posterò il trailer, un breve riassunto della trama ed elencherò alcuni motivi che possono o meno invogliare a iniziare a seguire una nuova “vecchia” serie tv!

Non è molto chiaro quello che ho detto? Beh non vi resta che aspettare il prossimo venerdì per scoprire con i vostri occhi cosa accadrà…

A presto,

              Giorgia – Il film che ti sei perso…

Il labirinto della mente

Ci sono film in cui l’intera narrazione è forviante. Lo spettatore pensa una cosa ma il regista in realtà ne mostra un’altra. In un precedente articolo del mio blog (3 atti, un inganno) ho affrontato questo tema attraverso una serie di titoli. Lungometraggi dotati di questo dono dell’ambiguità, del vedo ma non guardo, sono, come già detto, innumerevoli, ma alcuni di essi appartengono a un sottogruppo ancora più ristretto e ben definito: la mente umana. In alcune pellicole l’occhio dello spettatore fa un viaggio all’interno della psiche del protagonista – la maggior parte dei film seguono le vicende di uno o più personaggi, mentre qui si sta parlando di un inseguimento più inconscio e profondo. La mente del protagonista guida lo spettatore dentro un labirinto, dal quale non esiste via d’uscita se non alla fine della narrazione. A fine visione ci si rende conto che se avessimo guardato, osservato attentamente, avremmo colto e interpretato quelli che ci sembravano inutili dettagli come elementi fondamentali della narrazione.

Esistono casi di film in cui, già attraverso un trailer sappiamo in cosa andremo a imbatterci. È il caso del film del 2000, American Psycho. In questo caso il titolo stesso è una guida, un avvertimento del labirinto dentro il quale ci stiamo per inoltrare. La storia è ispirata all’omonimo romanzo scritto da Bret Easton Ellis, in cui si racconta della vita di Patrick Bateman, interpretato da un intenso Christian Bale – giovane uomo, mentalmente disturbato, di Wall Street, nell’America degli anni Ottanta, che in apparenza possiede tutto quello che desidera. Il film accompagna in una progressiva discesa verso l’abisso lo spettatore che osserva inerte, sconcertato, a tratti anche affascinato, Patrick e la sua spirale di auto distruzione che lo porterà alla disfatta finale, fisica e soprattutto mentale.

American Psycho_Christian Bale

Il viaggio che lo spettatore può compiere all’interno del labirinto della mente del protagonista non è sempre così chiaro fin dalla comparsa del titolo sullo schermo, a volte è molto più enigmatica e oscura. Nei film Shutter Island e Fight Club, rispettivamente diretti di Martin Scorsese e David Fincher il passaggio verso l’oscurità e gli abissi della mente è più sottile eppure altrettanto efficace. Entrambe le pellicole sono tratte da romanzi e affrontano due realtà ben distinte, i protagonisti sono diversi così come differente è il luogo in cui si svolge la narrazione, i personaggi principali e secondari non sono affatto paragonabili, così come le due storie. Eppure, entrambe le pellicole hanno in comune la voglia, da parte del regista, di inabissare lo spettatore all’interno di una storia impensabile all’inizio. Il viaggio che compiamo è forte, magnetico forse a tratti anche disturbante ma assolutamente necessario per arrivare alla conclusione e scoprire con immenso stupore che stavamo guardando ma non osservando. La mente umana non è sempre oscura e lastricata di ostacoli che impediscono alla luce di penetrare ma certamente a livello filmico le menti malate, disturbate sono un espediente magnifico e magnetico, tanto per il regista quanto per lo spettatore.

Christian Bale, Leonardo DiCaprio ed Edward Norton sono i protagonisti che ci guidano all’interno di un percorso unico e affascinante, sempre differente e ugualmente sorprendente. La regista Mary Harron e i suoi colleghi precedentemente citati ci permettono di godere di un viaggio all’interno della mente umana, non di una qualunque, bensì di una deviata, problematica ma affascinate al punto di incollarci davanti allo schermo, perché la verità è che per quanto cruento sia ciò che stiamo guardando, non siamo più in grado di distogliere il nostro sguardo.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Fight Club, David Fincher, 1999
  • American Psycho, Mary Harron, 2000
  • Shutter Island, Martin Scorsese, 2010

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:                                                   Sky Cinema Italia:

Fight Club                            American Psycho

Shutter Island

Bambini da Oscar

“Tutti i bambini sono degli artisti nati”, diceva Pablo Picasso, “il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”. Il mondo del cinema è costellato di artisti cresciuti e maturi ma al suo interno ci sono anche piccoli artisti, bambini prodigio. Alcuni registi sostengono che dover dirigere un bambino è estremamente semplice: sono dotati di un’immaginazione che non conosce limiti per cui per loro è più facile recitare, in quanto più che un lavoro equivale a un gioco di ruoli. Che sia un esercizio o un’attività ludica certo è che alcuni bambini riescono, per quanto piccoli e inesperti siano, a dar voce a personaggi cinematografici indimenticabili.

Alcuni film che si avvalgono della collaborazione di piccoli attori utilizzano questi ultimi come espediente per raccontare la storia attraverso un secondo punto di vista, uno più semplice, più puro. In The Piano accade esattamente questo, la piccola Flora, superbamente interpretata da una giovanissima Anna Paquin, vede ma non comprende fino in fondo quello che sta accadendo tra sua madre Ada e George Baines, impersonato da Harvey Keitel. Questo film potente, toccante, e dotato di una rara sensibilità affronta il nascere di una passione che Flora non è ancora in grado di comprendere. La rabbia e la gelosia della bambina crescono in lei e si affiancano all’amore e alla devozione che nutre verso la propria mamma. Anna Paquin per questa sua interpretazione ha vinto il premio Oscar a soli undici anni, entrando così di diritto nella storia degli Academy Awards.

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Un altro bambino che ha visto crescere la sua fama grazie ad un’interpretazione che gli è valsa la candidatura agli Oscar (premio che poi non ha vinto, a favore di Michael Caine per il film The Cider House Rules), è Haley Joel Osment per il suo ruolo in The Sixth Sense. A differenza della Paquin, il piccolo Osment era già un volto noto a Hollywood grazie alla sua dolcissima interpretazione del figlio di Forrest Gump, nell’omonimo film. Ma il vero ruolo che lo consacra a bambino prodigio è appunto la sua interpretazione al fianco di Bruce Willis, nel thriller diretto da M. Night Shyamalan. Straordinario film, che si basa in gran parte sul contrasto che creano le visioni disturbanti e terrificanti dei morti e dell’angelico e innocente viso del bambino (fig.2). Bruce Willis accompagna e supporta magistralmente il ruolo che interpreta il giovanissimo Haley Joel Osment.

the sixth sense
Fig. 2

Non sono necessariamente i film drammatici a portare alla ribalta un volto giovane e Little Miss Sunshine ne è la prova. Durante la notte degli Oscar del 2007 Abigail Breslin non è riuscita a portarsi a casa l’ambita statuetta ma si è guadagnata la fama mondiale. A soli dieci anni la Breslin si è conquistata il diritto di recitare accanto a grandi nomi quali Steve Carell, Toni Colette, Greg Kinnear, Paul Dano, Bryan Cranston (il Walter White di Braking Bad per intenderci) e Alan Arkin. In questo film, in cui viene ritratta una normale atipica famiglia, Abigail Breslin interpreta Olive Hoover, una bambina di sette anni, il cui sogno è di poter partecipare a un concorso di bellezza.  La storia è surreale al punto giusto e drammatica quanto basta. La dolcezza e l’ingenuità di Olive vengono esaltate dalla bravura della giovane attrice e dal resto del cast: i componenti della famiglia si supportano e sopportano a vicenda in un susseguirsi di battute e scene indimenticabili.

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Un volto giovane in un film non è sempre sinonimo di certezza ma in questi tre casi, presi come esempio e in molti altri, lo è. Anna Paquin, Haley Joel Osment e Abigail Breslin sono riusciti a suscitare emozioni, perché in fondo essere attori significa proprio questo: essere artisti in grado di trasmettere emozioni rimanendo un po’ bambini.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • The Piano, Jane Campion, 1993
  • The Sixth Sense, M. Night Shyamalan, 1999
  • Little Miss Sunshine, Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2006